La verità sull’art.138 e le bufale del M5S

Valerio Onida, ex presidente Corte CostituzionaleDa l’Unità del 30 Luglio 2013

Titolo originale: «Riforma del 138 Ma quale attentato alla Costituzione»

«Un golpe contro la Costituzione? Mi sembra una esagerazione. Non vedo in corso, per il momento, alcun grave attentato allo spirito della Carta. Il vero nodo è il merito delle riforme che saranno proposte», spiega Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, uno dei 35 saggi nominati dal governo per elaborare proposte di riforma della Carta. Eppure in questi giorni, a partire dall’ostruzionismo dei 5 stelle, si è saldato un fronte politico e culturale contro la legge costituzionale che è all’esame della Camera. L’accusa è di voler manomettere l’articolo 138, quello che regola le procedure per modificare la Costituzione.

«Questa legge costituzionale prevede in effetti una deroga una tantum al procedimento del 138 per approvare una serie di riforme. Questa deroga non ha particolare ragion d’essere, ma se esaminiamo le motivazioni non mi paiono eversive. Semmai si possono definire non di grande rilievo».


Quali sono queste motivazioni?
«Le ragioni principali sono affidare un compito referente sulle riforme a una commissione bicamerale e l’altra di abbreviare da tre a un mese i termini che devono intercorrere tra la prima e la seconda deliberazione di ciascuna Camera. C’è infine una terza modifica al 138 che a me pare invece positiva, e cioè che il referendum confermativo si possa tenere anche se le riforme saranno approvate con una maggioranza superiore ai due terzi. Questa è una garanzia e una possibilità di partecipazione in più».
Tanto rumore per nulla, dunque?
«La cosa fondamentale, a mio parere, è che non si faccia una sola legge di revisione costituzionale omnicomprensiva, ma tante leggi distinte oggetto per oggetto. Nel caso di riforma unica, infatti, il rischio è che i cittadini si trovino di fronte a un prendere o lasciare , alla scelta tra nessuna riforma e una riforma che magari contiene aspetti positivi e altri negativi».
Cosa farà questa nuova bicamerale?
«Avrà un compito referente, e cioè di offrire alle Camere alcune proposte di riforme già articolate».
Non c’è il rischio di una compressione del ruolo del Parlamento?
«No, perché appunto è previsto solo un compito referente e le due Camere restano libere di emendare il testo proposto. All’inizio della legislatura si era parlato dell’istituzione di una Convenzione composta anche da esterni che avrebbe avuto l’esclusiva della redazione delle riforme che le Camere non avrebbero potuto direttamente emendare. Quel progetto conteneva dei pericoli».
Come spiega allora questa mobilitazione dai toni così duri? È forse una guerra preventiva contro i rischi di una scelta presidenzialista?
«Mi pare probabile che il timore di quelle che potrebbero essere nel merito le modifiche alla seconda parte della Costituzione abbia spinto ad anticipare la battaglia contro la legge in discussione che è solo di procedura. Le battaglie vanno fatte sul merito delle riforme, affrontando di petto il tema di quali sono le modifiche accettabili e quali no. Non mi sembra giustificata una posizione di pura conservazione, di chi dice no a qualsiasi riforma».
Quali sono le riforme inaccettabili?
«Credo che sarebbe un grave errore adottare un sistema alla francese, con l’elezione di un Capo dello Stato che è anche il vertice dell’esecutivo. Quel sistema ha un elemento dirompente: chi viene eletto non è più un garante neutro ma il capo della maggioranza politica».
Eppure il sistema francese gode di un numero crescente di estimatori in Italia, non solo nel Pdl…
«E infatti mi preoccupa il seguito crescente del sistema francese. Perché la traduzione italiana di quel meccanismo sarebbe la riduzione delle scelte di indirizzo politico al voto su una persona. Chi spinge per il semipresidenzialismo, al fondo, non crede che i partiti possano ancora essere i motori dell’indirizzo politico, è radicalmente scettico sulla loro funzione».
Uno scetticismo comprensibile. O no?
«Certo, ma se i partiti sono in crisi la soluzione non può essere eliminarne la funzione e limitarsi a scegliere un Capo. C’è un forte rischio plebiscitario».
Spesso viene fatta confusione tra la vostra commissione dei saggi e la bicamerale che è oggetto della legge costituzionale all’esame della Camera…
«La nostra commissione di esperti è stata formata dal governo e il nostro compito è fornire all’esecutivo stesso, entro metà ottobre, alcune indicazioni sulle riforme possibili in tema di bicameralismo, Titolo V e forma di governo. Sarà poi il governo a decidere cosa fare del nostro rapporto, che esporrà anche le diverse alternative sostenute, ed è possibile che lo giri alla Bicamerale come una base per il loro successivo lavoro».
Non era più semplice che fossero le commissioni competenti delle Camere a occuparsi delle riforme?
«Era possibile. La Bicamerale ha il pregio di concentrare in una sede unica il lavoro istruttorio, e inoltre sarà composta in modo proporzionale ai voti ottenuti dai singoli partiti, senza gli squilibri dovuti al premio di maggioranza».
Sulla legge elettorale le pare ragionevole l’ipotesi di un decreto legge?
«Credo che la riforma della legge in vigore sia la prima urgenza, e che occorra farla prima del termine del percorso delle riforme costituzionali. E tuttavia l’idea di una riforma per decreto legge mi pare inimmaginabile. In ogni caso non si potrebbe votare prima della conversione in legge».

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