Justice for all just ain’t specific enough

Selma The Imitation GameLa scorsa settimana, a distanza di pochi giorni, sono stata al cinema due volte per vedere “Selma” e “The Imitation Game” e mi sono resa conto di come le due storie, seppure molto diverse, abbiano un punto in comune: le discriminazioni. Martin Luther King (protagonista del film “Selma-La strada per la libertà”) ha dedicato la sua vita alla lotta contro la discriminazione dei neri nell’America degli anni ’60, Alan Turing (la cui storia, fino a poco tempo fa tenuta segreta, è raccontata in “The Imitation Game”) ha subito, nell’Inghilterra di pochi anni prima, una discriminazione per il suo orientamento sessuale. Entrambe i protagonisti inoltre sono morti (ancora una volta in modi drasticamente diversi ma con caratteristiche comuni) a causa della loro diversità. Nonostante entrambe i film terminino con una testimonianza di speranza (è riportato che il presidente Johnson firmò nel ’65 una legge per assicurare il voto agli afroamericani e che la Regina Elisabetta nel 2013 diede la grazia postuma a Turing per i meriti scientifici) nessuno dei due problemi può dirsi completamente risolto oggigiorno, non in America, non in Europa, di sicuro non in Italia.


Ultimamente nel nostro paese si sta parlando molto di entrambi le questioni, poiché tra i pregiudizi (più spesso un vero e proprio odio per lo straniero) verso gli immigrati, che tra le altre cose hanno portato abolizione del progetto “Mare Nostrum”, nella pratica a un aumento delle morti di uomini, donne e bambini indifesi (oltre che disperati nel tentativo di scappare da realtà disagiate) al largo delle coste italiane, e omofobia, che si sta diffondendo a macchia d’olio anche a causa della comparsa di movimenti che si proclamano a difesa della cosiddetta ‘famiglia tradizionale’ (senza rendersi conto che questo termine nella società odierna risulta spesso inadeguato e anacronistico), sembriamo ancora molto lontani dalla vera uguaglianza
Uguaglianza per la quale, tra l’altro, esiste già una legge e non una qualunque, bensì un articolo della nostra Costituzione, il numero 3, che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Purtroppo spesso questo articolo sembra dimenticato, ed è per questo che si rendono necessari ulteriori provvedimenti, di cui il disegno di legge Scalfarotto è solo un esempio. Un paese non può definirsi civile se i suoi figli sono spinti a uccidersi perché due disgraziati (per usare un termine il più elegante possibile) a scuola li prendono in giro perché portano i pantaloni rosa. Per questo non sono d’accordo con chi dice che “non c’è emergenza omofobia” solo perché ci sono poche denunce, anche un solo caso è un’emergenza. Riflettendoci poi, come possono questi ragazzi denunciare un fatto per cui verranno ancora più derisi? Come possono questi ragazzi denunciare qualcosa per cui i loro stessi genitori li disconoscerebbero? (Ci sono video in rete di ragazzi che filmano il loro coming out ai genitori e che terminano col padre che li prende a mazzate). È l’intera cultura che va cambiata. So di non aver detto poco, anzi è una delle sfide più difficili da completare ma è anche uno dei motivi che mi ha porta ogni giorno ad essere convinta della mia scelta di impegnarmi, seppure nel locale, seppure senza un ruolo istituzionale, in politica. Perché sono convinta che sia solo così, piano piano, pezzo dopo pezzo, che si cambiano davvero le cose.
Perché “Justice for all just ain’t specific enough” (“giustizia per tutti non è abbastanza specifico”, dal testo di “Glory” di Common e John Legend, candidata e vincitrice del premio come miglior canzone agli Oscars 2015, per il film “Selma”).

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