Contributo dei GD al Congresso PD Cesena 2017

Da parte dei Giovani Democratici viene il più sincero ringraziamento a Paolo Zanfini, segretario comunale uscente, per il servizio di questi anni. Paolo si è messo in gioco, ha affrontato con garbo e sincerità le critiche dei tanti balconatori (come direbbe Papa Francesco) di questa città. Nocchiere di una nave “in gran tempesta”, ha guidato il partito attraverso le multiformi circostanze degli ultimi anni. Ma, certo, non si può non rilevare che qualcosa in questi anni non abbia funzionato. Anche a livello comunale, troppe volte abbiamo dato l’impressione che la nostra discussione fosse isolata e, talora, del tutto assente. Se si parla da un’isola il messaggio giunge solo a chi vive in quell’isola, per tutti gli altri in mezzo c’è il mare. Crediamo che il PD, invece, debba stare sulla terraferma, far arrivare il messaggio alla città tutta, aprirsi alle realtà del territorio, alle associazioni, alle esperienze più disparate. Sempre con l’assillo, però, che aprirsi significa discutere, farsi contaminare, non divenire un tutt’uno con gli interlocutori. La sententia di guida dev’essere quel “amici di tutti ma parenti di nessuno” di bersaniana memoria. E’ necessario che il PD mantenga la sua indipendenza nell’elaborazione, indipendenza anche rispetto alle scelte dell’amministrazione comunale. Perché lo schiacciamento del partito sulle posizioni dell’amministrazione è frustrante per chi milita nel partito e lo vorrebbe luogo nel quale esprimere le istanze della città con la speranza di essere un pungolo per l’amministrazione.
L’elaborazione politica sottomessa al governo della città è naturalmente ferma allo zero.
In questi anni mai abbiamo notato il partito aver proposto progetti futuri di largo respiro per la città, mai abbiamo preso in considerazione una critica seria all’amministrazione e, dall’altra parte, mai abbiamo visto il partito mobilitarsi con forza per sostenere le scelte che quest’amministrazione ha preso in assonanza con la nostra prassi politica. E’ una mancanza di elaborazione interna e di vitalità che davvero non possiamo concederci in vista del 2019. Il rischio di essere utilizzati per l’ennesima volta solo come un comitato elettorale dal candidato di turno, indipendentemente dal suo valore, è troppo alto: il partito non può essere una scatola vuota che solo i candidati popolano di contenuti. Il partito dev’essere l’interlocutore che dà le carte del gioco, che propone sfide, idee e progetti e chi sarà il prossimo candidato sindaco stia dentro il campo ideale che il partito avrà seminato. Da troppi anni l’impressione è che il pallino del gioco si sia spostato: il partito si è adattato, talvolta con evidente scomodità, al contributo che di volta in volta veniva portato dai candidati. Ma noi vediamo il partito come l’unica comunità capace di mettere assieme tante menti, esperienze, idee e prassi politiche, dalle quali trarre un succo che possa irrigare il nostro campo. Senza elaborazione il nostro campo muore o, meglio, rinasce fatuamente ogni 5 anni.
L’anno che ci aspetta e ci porterà, spero, alle primarie per la scelta del candidato sindaco sarà essenziale. All’appuntamento del 2019 dovremo farci trovare pronti e i temi da affrontare saranno tanti: il Campus Universitario, la gestione del Centro Storico, la cultura da rilanciare, l’innovazione tecnologica da sostenere nelle imprese e nella città e il nuovo ospedale. Sul Campus, ad esempio, noi Giovani Democratici lavoreremo nei prossimi mesi con le associazioni studentesche ed i nostri coetanei della città per fare sintesi delle proposte che emergeranno e le conclusioni del confronto saranno sfidanti, quantomeno da parte nostra, per chiunque sarà il candidato a guidare questa città. Auspichiamo che anche il partito avrà la capacità di compiere questo passo, ricomporre la rete di rapporti che lo lega al territorio e mettersi al lavoro.
Ma il clima che respiriamo nel Paese e in città, le ultime tornate elettorali e le sensazioni diffuse tra gli iscritti ci parlano di qualcos’altro, un processo in corso anche da noi, a Cesena. Ci parlano di un errore, innanzitutto, di una bolla comunicativa dentro la quale siamo entrati e della quale sembriamo ostaggio. La bolla si fa sempre più stretta, l’ossigeno comincia a mancare ma noi non ne riusciamo ad uscire. Quello che dovremo fare nei prossimi mesi sarà armarci di un ago e scoppiare questa bolla che ci opprime. E procedendo così, dovunque ci sia possibile, noi dobbiamo rivendicare un modello diverso, una prassi politica differente. La nostra, prassi, il nostro modello si sta sbriciolando, proprio in quei luoghi dove la teoria dei nostri padri intellettuali si fondeva con la prassi dei movimenti di lotta: le periferie. Vale per le periferie del Paese (e la Sicilia delle fresche elezioni ne rappresenta l’archetipo) e vale per le periferie delle nostre città. Forse Cesena dribbla in parte questa dinamica. Non v’è dubbio che da noi gli ostacoli di ordine economico e sociale sono meno marcatamente presenti ma crediamo che nessuno si possa dire al riparo da questa dinamica. I dati e il clima di paesi europei ben più saldi di noi nei fondamentali economici e sociali ci dicono che l’emigrazione di massa e la disoccupazione piena sono forse problemi unicamente della Sicilia e di Tor Sapienza ma l’immigrazione, la sottoccupazione e la marginalità sociale sono temi che ovunque in Europa colpiscono duro. E colpiscono soprattutto le forze della sinistra, perché chi nei confini dell’impero subisce, letteralmente, la vita si trova di fronte a due opzioni: non votare o votare la destra, tertium non datur. Non la destra liberista, non la destra liberale che professa la piccolo-borghese adesione alle ricette della Scuola di Chicago e di Milton Friedman. Al contrario, la destra sociale, quella estrema, che nei centri delle nostre città e della nostra civiltà trova la propria nemesi altrettanto estrema.
In conseguenza di questa facile analisi, il da farsi è molto meno facile: tornare fisicamente ove la nostra forza si sta sbriciolando, disarmati, senza riposte pronte, senza la sicurezza di essere nel giusto: si prendono appunti e si studia. Tutto quello che ne trarremo lo dovremo inserire nel sistema della nostra elaborazione politica. Altrimenti, senza queste variabili, la nostra elaborazione sarebbe monca e francamente inutile e noiosa. Fare sintesi dei problemi che forse adesso non riusciamo neppure a comprendere e proporre una tesi, che si dovrà sostanziare, in primo luogo, in una risposta da parte dell’amministrazione comunale e delle Istituzioni. Parlare e connettersi con le associazioni e le realtà che tengono duro e favoriscono l’inclusione e la socialità. Tutti noi conosciamo, anche per la realtà fattuale della vita, le necessità di queste realtà. Dovremo offrir loro sostegno politico ma soprattutto istituzionale, perché sono le associazioni in primis a guardare a noi come interlocutori privilegiati. Perché, quantomeno nel nostro territorio provinciale, è sempre stata la destra a tagliare fondi al sociale, a far chiudere belle e meritorie realtà, in barba alla loro retorichetta fittiziamente popolare. Dall’altra parte sono le amministrazioni di sinistra che hanno sostenuto, con alti e bassi, le attività di chi lavora per ricomporre i conflitti e le ferite della nostra società. Fare rete con queste associazioni sarà fondamentale. Ma ancora più essenziale sarà ricostruire una “connessione sentimentale” (espressione gramsciana che Gianni Cuperlo con la consueta delicatezza e grazia ha riportato alle nostre menti) con il popolo, parlare con ognuno, fargli sentire che la sinistra c’è, ascoltare i loro problemi, ma soprattutto mettere in atto soluzioni alle loro istanze. Siamo convinti che rispondere alle criticità con atti veri e concreti da parte delle Istituzioni sia un viatico per istituzionalizzare il dissenso di molti, smussarne gli aspetti estremi, per obbligare le altre forze politiche a confrontarsi sui temi di governo della città ma più di tutto per far sentire il popolo una comunità, senza corpi estranei.
Dunque, è inutile dire che raccogliere lo spirito profondo dei problemi senza avere la capacità di proporre un’azione istituzionale in conseguenza degli stessi sancirebbe la fine della nostra come una forza di governo.
Se la via che seguiremo sarà, d’altra parte, quella degli ultimi anni lasceremo praterie sconfinate alla destra e davanti al suo contropiede nessun portiere ci salverà. Con la perniciosa conseguenza che, pur perdendo sistematicamente, ce la dovremo sempre e comunque giocare sul campo degli avversari, dovendoci adattare alla loro retorichetta, al loro sovranismo d’accatto, la loro insipienza economica.
L’unico modo per uscire dall’ingolfamento del presente è, di nuovo come sempre, unire la teoria e la prassi nei loro termini gramsciani: in questi anni, anche a livello comunale, si è colpevolmente trascurata l’organizzazione pratica che è indispensabile per la messa in atto della nostra posizione teorica. Qual è la nostra prassi politica a fronte dei nostri principi ideali? Qual è la nostra prassi amministrativa? Ci affidiamo alla prassi che di volta in volta propone il nostro candidato? O possiamo avere la pretesa e l’ardore di rimettere in assonanza le nostre pratiche politiche con gli obiettivi che la sinistra si deve porre come necessari? Perché più ancora delle soluzioni al singolo problema il peso politico è dato dal metodo che si è adattato per giungere dapprima alla rilevazione del problema e poi alla sua risoluzione.
Matteo nella sua relazione congressuale dà grande rilievo alla questione del metodo di lavoro all’interno del partito, tra il partito e l’amministrazione e tra il partito e il territorio. Sono, crediamo, elementi decisivi.
Conosciamo Matteo, sappiamo come lavora e condividiamo in pieno le sue proposte per riportare la nostra prassi politica sui binari giusti. Come Giovani Democratici, lo sosteniamo e lo sosterremo, saremo un pungolo perenne e lavoreremo con lui sulle tante sfide della città nei prossimi anni.
Buon lavoro!

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2 commenti

  1. Stefano Menenti

    bravi ! mi sembra un contributo importante per cambiare metodo di lavoro politico. E’ importante da qui in avanti vigilarne l’attuazione pratica e quotidiana
    Stefano

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