8 marzo 2021: Giornata Internazionale della Donna dopo un anno di Covid

Tutti gli anni, il giorno della Festa Internazionale delle Donne viene usato come spunto per parlare della condizione della donna in Italia e nel mondo, di come essa sia ancora in molti, troppi, casi svantaggiata rispetto alle controparti maschili: i femminicidi aumentano anche quando i reati violenti in genere diminuiscono, i sempre più numerosi report di molestie e violenze sul posto di lavoro, il gender pay gap non accenna a diminuire, la popolazione trans mtf continua a essere uno dei gruppi con il più alto tasso di mortalità.

Quest’anno a tutto questo si aggiunge un ulteriore livello di difficoltà: la pandemia da Covid 19, che ha esacerbato tutti questi aspetti. Nel 2020 i casi di femminicidio hanno continuato a salire (dati Eures), mentre sembrano diminuiti i reati come stalking, stupri e maltrattamenti (almeno nei primi quattro mesi dell’anno, da maggio hanno cominciato a risalire, in corrispondenza del termine del lockdown nazionale).

Purtroppo, su quest’ultimo dato le fonti sono d’accordo: non è veritiero, in quanto nella maggior parte dei casi il colpevole è il partner, e la situazione di lockdown ha visto tante donne chiuse in casa a subire le violenze senza possibilità di denunciarle. Calano quindi le denunce ma non i contatti con i centri antiviolenza, che sono aumentati in tutt’Italia, a dimostrazione del fatto che la tragedia è tutt’altro che terminata.

Un dato molto preoccupante, infatti, è proprio quello dei femminicidi, che dall’inizio del 2021 sono stati dodici. Questo si aggiunge a quello del 2020, anno in cui a causa della pandemia e del lockdown il numero di donne vittime di femminicidi e violenza domestica è aumentato in maniera preoccupante. In un momento storico, quello attuale, in cui cala il numero di reati violenti in generale, i delitti di genere sono costanti o in aumento.

Un altro tema gravissimo è quello delle donne che nel 2020 hanno perso il lavoro a causa della pandemia in misura di gran lunga superiore rispetto agli uomini, e che sono tornate a svolgere lavori domestici e relativi alla cura figli.

Le donne in Italia sono impiegate in lavori con contratti poco stabili e principalmente nel settore dei servizi, tra i più impattati dalle restrizioni dovute alla pandemia. Insomma, chi lavorava in servizi non essenziali ha visto le sue ore ridotte fino alla perdita del lavoro, mentre chi lavorava nei servizi essenziali è stata maggiormente esposta al virus (i contagi tra le donne sono stati più alti di circa 10 punti rispetto agli uomini). Una vera situazione lose-lose.

In particolare, durante il 2020 su una perdita di circa 450mila posti di lavoro, il 70% era occupato da donne (dati Istat).

La pandemia ha acuito il problema delle disuguaglianze nel mondo del lavoro, in un paese – l’Italia – che già si trovava in fondo alle classifiche per occupazione femminile e in cima a quelle sul gender pay gap (le donne italiane guadagnano in media il 16% in meno delle controparti maschili, nelle stesse posizioni). Per far fronte a questa emergenza e supportare l’occupazione femminile potrebbero essere usate parte delle risorse assegnate all’Italia dal recovery fund nei prossimi mesi.

Quello appena trascorso è stato un anno difficile per l’autodeterminazione delle donne.

Sul fronte dell’aborto, infatti, i passi indietro fatti sono stati molti. Qualche settimana fa la nuova giunta della Regione Marche a guida Fratelli d’Italia ha deciso di non rispettare le nuove linee guida del Ministero della Sanità sulla somministrazione della RU486, ovvero la cosiddetta pillola abortiva. Il ministero, infatti, aveva aggiornato con una circolare le ultime linee guida risalenti al 2010, modificando le modalità di assunzione del farmaco per rendere il procedimento di interruzione della gravidanza più veloce, eliminando i tre giorni di ricovero.

Modalità su cui anche il Consiglio Superiore di Sanità aveva espresso parere favorevole, poiché questa modifica consente di alleggerire gli ospedali, che ora sono occupati per lo più a fronteggiare il Covid. Questa scelta della giunta regionale segna un duro colpo alla libera autodeterminazione delle donne marchigiane, e si aggiunge alla già difficile e triste realtà dell’alto tasso di medici obiettori di coscienza sul territorio regionale.

Difatti, nelle Marche 8 ginecologi su 10 sono obiettori, e nella provincia di Fermo questi ultimi rappresentano il 90%: la percentuale più alta della regione. Oltre alla regione Marche, anche l’Umbria ha seguito uno schema simile. Difatti, lo scorso giugno la giunta leghista della regione Umbria – guidata dalla leghista Donatella Tesei – ha reintrodotto con una delibera l’obbligo di ricovero di tre giorni a seguito dell’assunzione della pillola, quando in realtà per eseguire la pratica sarebbe sufficiente il day hospital.

Se poi si pone l’attenzione sulla situazione a livello nazionale, si nota subito che le cose non migliorano: la legge 194 del 1978 rimane ancora in molti, troppi, casi lettera morta. Il tasso di obiettori di coscienza, infatti, è molto alto: 68,4% tra i ginecologi e 45,6 % tra gli anestesisti, e sono solo quattro le regioni che hanno seguito le linee guida del Ministero sulla RU486, tra cui l’Emilia-Romagna.

Da ultimo, un altro tema di cui ultimamente si sta parlando sempre di più è quello delle donne in politica.

Un problema, quello delle poche donne nel mondo politico, di cui si è tornati a parlare soprattutto negli ultimi giorni a seguito della nascita del nuovo Governo Draghi, in cui i due partiti di centro-sinistra che partecipano alla coalizione di governo non hanno indicato neanche una donna come ministro.

Questa scelta ha riaperto una ferita mai del tutto chiusa, ovvero quella della scarsa presenza delle donne in politica, e in altri ruoli importanti in generale. Sebbene negli ultimi anni il numero di donne in Parlamento e nelle amministrazioni locali sia aumentato, da più parti si lamenta il fatto che i partiti oggi fanno ancora fatica ad affidare a figure femminili ruoli di primo piano, come appunto i ministeri.

Strumenti come quello delle quote rosa hanno certamente aiutato ad aumentare la percentuale di presenze femminili in Parlamento (oggi il 36% degli scranni sono occupati da donne), ma non sono sufficienti a garantire una piena uguaglianza tra i due sessi. Pertanto, è necessario cambiare paradigma e cercare di abbattere i pregiudizi e gli ostacoli (come la diseguale distribuzione del lavoro domestico e assistenziale tra uomini e donne) che spesso scoraggiano le donne dal perseguire una carriera politica.

Infine, in questa giornata è bene fare una riflessione. Anzitutto, negli anni per contrastare i delitti di genere sono state adottate misure legislative che hanno portato all’introduzione di nuove fattispecie di reato e all’introduzione di aggravanti. Tuttavia, va detto che questo approccio, sebbene abbia migliorato la situazione, non è del tutto sufficiente. E non lo è perché in questo modo si va ad agire dopo che la violenza è stata perpetrata, dopo che l’omicidio è stato commesso.

Questa tecnica non interviene sul piano della prevenzione, ed è proprio qui che bisogna agire. E lo si può fare adottando politiche di tipo culturale di lungo periodo, partendo dalla educazione alle pari opportunità di bambini e bambine, e ragazzi e ragazze, attraverso l’introduzione nelle scuole di materie come educazione sessuale e all’affettività.

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